Vanity Fair è senza dubbio una delle mie riviste preferite, l’unica per cui spendo volentieri 2€, l’unica che leggo dall’inizio alla fine e l’unica in cui trovo contenuti di valore. Questa mattina sono stata felice di scoprire tra le sue pagine una bella intervista ad Andrea Albanese, noto a tutti come il padre di Luca, il bimbo di due anni morto in macchina sotto un sole improvviso e cocente. L’ho letta subito e ho fotografato la pagina per pubblicarla all’interno del gruppo Facebook “Mai più morti come Luca”, creato da Andrea per trasformare il suo dolore in qualcosa di costruttivo. Pubblicando la fotografia mi sono complimentata con Andrea per le parole usate e ho apprezzato il lavoro della giornalista.

Premesso ciò, capirete il mio stupore quando ho scoperto che in realtà il testo pubblicato differisce in alcune parti sostanziali da quello approvato da Andrea e concordato con la giornalista Deborah Dirani.

In accordo con Andrea ho deciso di pubblicare il testo da lui approvato, evidenziando le differenze riscontrate con quello pubblicato. Lo faccio per una forma di rispetto nei confronti prima di tutto di Andrea e poi di tutti i lettori che si affidano alle sapienti mani del direttore Luca Dini e scelgono di investire ogni settimana 2€ per l’acquisto di Vanity Fair. Per alcuni le modifiche apportate risulteranno minime ma, se leggete bene e se pensate al contesto in cui ci troviamo e alla storia che viene raccontata, vi accorgerete che alcune cose stonano e creano ambiguità intorno ad Andrea.

Una su tutte mi ha colpito: quel “mi sento astrattamente in colpa”, frase mai pronunciata da Andrea ma inserita nel testo con leggerezza e, a mio avviso, con malizia. E’ una frase talmente ambigua da sconcertare, messa li ad arte in modo che il lettore si interroghi sul significato di quell’astrazione legata ad un dolore così reale, così concreto. Qui la definizione di astratto presa dal sito Treccani:

a. Di persona, che ha la mente rivolta altrove, profondamente assorta in qualche pensiero: camminava a.; mi sembri a.; meno com. con determinazioni: essere a.dai sensidalle cose circostanti. Riferito alla mente stessa: la mente sua era al tutto sciolta e adalle cose terrene (Fiordi sFranc.).

b. Ottenuto per astrazione: idee a., concetto a.; oppure, che manca di determinazione, che non ha contatto diretto con la realtà o col mondo sensibile:ragionamento a.;

2. In grammatica, in opposizione a concreto, detto di sostantivo che indica non un oggetto o un essere, ma una nozione (per es., pauratristezzacoraggio, ecc.).

3. Separato, staccato, che non è in relazione con qualche cosa: la vera realtàada ogni altra considerazioneè questa; in diritto, negozî a., negozî giuridici nei quali non ha rilevanza lo scopo giuridico-economico che si prefiggono le parti (per es., una promessa di pagamento). ◆ Avv. astrattaménte, in modo astratto: guardava astrattamente nel vuoto; più com., per astrazione, in astratto: ragionare,discutere astrattamente; senza considerare il caso in concreto: giudicando astrattamentepuoi anche avere ragione.

Lo scopo di questo post non è giudicare ma indagare e capire. Mi rivolgo direttamente al direttore di Vanity Fair, Luca Dini, e alla giornalista Deborah Dirani: perché sono state apportate queste modifiche? Perché non è stato rispettato l’accordo con Andrea?

Qui sotto i due testi a confronto con evidenziate le differenze.

INTERVISTA PUBBLICATA SU VANITY FAIR

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TESTO APPROVATO DA ANDREA ALBANESE

Andrea Albanese ha una voce morbida, calma, di quelle voci che rincuorano e placano ogni pianto. Andrea è un bocconiano, un controller di gestione, un manager di 38 anni sulle cui spalle gravano molte responsabilità. Andrea è un uomo affidabile, con i piedi ben saldi alla terra, uno che ogni mattina si alzava, faceva colazione, prendeva dalle braccia di sua moglie il suo bambino di due anni, lo sistemava con ogni cura sul seggiolino della sua auto, lo lasciava al nido, a pochi metri dal suo ufficio, chinava la testa sul computer e la rialzava solo quando era ora di tornare a casa da suo suo figlio, ritrovarlo tra le braccia di sua moglie e tenerseli stretti, entrambi, al cuore. Ogni mattina, da che Luca, suo figlio, andava al nido era la stessa scena che si ripeteva. Ogni mattina, tranne quella del 4 giugno, quando Andrea ha saltato un passaggio, il più importante: non ha portato suo figlio al nido, lo ha lasciato in auto e lì lo ha ritrovato solo nel primo pomeriggio, morto. Poteva morirne anche lui, Andrea, ammette di averlo pensato, ma poi ha trovato una ragione per vivere: fare sì che il suo dolore non sia inutile, ma che serva a tutti i papà e a tutte le mamme d’Italia perché non ci siano “Mai più morti come Luca”.

Partiamo dall’inizio, da quella mattina, Andrea, l’avrà ripercorsa mille volte nella sua mente.

Certo, non smetto mai di pensarci ma giuro che era una mattina come tutte le altre: non avevo impegni particolari, non ero sotto stress, non c’era niente di diverso dal solito. Ho caricato Luca in macchina, e poi…

E poi?

Sì, ero convinto di averlo portato al nido, come sempre, tanto che quando mi hanno avvertito che Luca non c’era sono sceso per controllare, pensavo che ci fosse un errore.

E invece no, Luca non era al nido.

Luca era un bambino buono, tranquillo, silenzioso. Aveva appena iniziato ad articolare qualche parola, ma in macchina di solito se ne stava lì sul suo seggiolino, guardava fuori, magari giocava con un peluche, ma non si sentiva. Anche quella mattina era silenzioso.

Si riesce a dare una spiegazione di quello che le è successo?

Vede, io mi sento malissimo per quello che è accaduto ma no, non so cosa mi sia successo, la sola spiegazione che mi riesco a dare è che ci sia stato qualcosa di biologico che non ha funzionato nel mio corpo nella mia mente: perché io ero assolutamente convinto di avere portato Luca al nido, lo facevo ogni mattina da un anno.

Quando si rese conto che suo figlio era morto in macchina, dove lei lo aveva lasciato, cosa le passò per la mente?

Non mi vergogno a dire che ho pensato di ammazzarmi: per questo mi hanno tenuto sedato per tre giorni, in ospedale. Ci sono rimasto 15 giorni ricoverato, ma quando mi sono risvegliato, quando ho realizzato cosa era successo ho deciso che non potevo soccombere, che dovevo lottare. Il mio modo di vivere questo dolore immenso che so che mi accompagnerà per sempre è stato aprirmi agli altri, al mondo. Così ho creato al pagina Facebook ‘Mai più morti come Luca’ che conta già 8700 iscritti e Maria Ghirardelli, un medico ha anche dato vita ad una petizione on line su sito Change.org affinché lo Stato promuova una legge che preveda l’obbligatorietà di sistemi di allarme collegati ai seggiolini per bambini. Perché, vede, il punto è che quello che è successo a me succede a centinaia di persone: magari non in estate, ma in inverno o magari quel blackout del cervello a loro dura un attimo, si girano tornano indietro a riprendere il bambino e magari, per la vergogna, non lo racconteranno mai a nessuno, nemmeno al loro compagno.

E lei, come ha fatto a spiegare a Paola, sua moglie, quello che è successo?

I primi giorni eravamo distanti, ognuno col suo dolore. Io ero sicuro di avere accompagnato Luca al nido, non potevo che cercare di spiegarle questo, questo e quel blackout che deve esserci stato nel mio cervello. Poi piano piano ci siamo riavvicinati e di nuovo uniti per affrontare assieme questa tragedia: lei nel suo modo, riservato, intimo, io nel mio, con la mia battaglia pubblica perché a nessun genitore capiti mai più quello che è capitato a me, a noi.

Sono passati solo 60 giorni da quando suo figlio è morto, ci sono momenti in cui quel dolore torna più presente?

Ci sono: quando resto solo, quando guido o quando al mattino mi sveglio e per un attimo, solo un attimo, penso di andare di là da Luca e poi mi ricordo che non è un incubo quello che vivo: è la realtà, è la mia vita. Luca non c’è più.

Ma lei e Paola ci siete ancora, potreste diventare ancora genitori, ci avete pensato?

Certo che ci abbiamo pensato: non si può chiudere la porta alla vita, perché la vita deve sconfiggere la morte. Io ho perso mio padre per un infarto quando avevo 14 anni: lì ho imparato che si deve lottare anche davanti al lutto più doloroso. Lottare per non soccombere, per non venire schiacciati. Io vivrò per sempre con questo dolore, ma lotterò ogni giorno affinché nono si cristallizzi, ma produca qualcosa di positivo, di costruttivo per tutti.

E, soprattutto, se avrò un altro figlio, io rimarrò per sempre il padre di due bambini. Per sempre.