Sono così indecisa riguardo a questo post…scriverlo o non scriverlo?
This is the question, come direbbe il tipo con il teschio in mano.

La voglia di scrivere ciò che segue è scatenata da una sorpresa che immediatamente è diventata consapevolezza. La sorpresa di scoprirmi a pensare ad una cosa senza provare più rabbia, senza soffrire più.


La consapevolezza di esserne uscita, di essere andata oltre.
Questo però non vuol dire che io abbia dimenticato.

Il dubbio ora nasce dalla paura, la paura che parlandone l’odio ritorni.
Diciamo pure che questo post è la prova del nove: se non viene mi tocca andare in terapia.

Questa è una storia, temporalmente abbastanza breve, che porta con se due anni, e forse più, di strascichi e sofferenze.

Ho lavorato in un posto, uno di quelli che vanno di moda adesso, fighi fuori e marci dentro.
Un posto che si presenta in un modo, che ti fa venire voglia di andarci ogni mattina, dove ti senti come a casa perché sai, qui siamo tutti una grande famiglia.
E in effetti quando inizi è così, hai il sorriso sulla faccia, la testa alta e il petto in fuori, pronta a spaccare il mondo, a far vedere quanto vali.
Il cambiamento poi è talmente repentino che nemmeno te ne accorgi.
Nel giro di una settimana non sei più tu. Hai il volto di Michael Douglas in Un giorno di ordinaria follia, l’acidità di Meryl Streep ne Il diavolo veste Pranda, le mani che tremano per il fumo e la caffeina, ma soprattutto, hai il sangue cattivo.
Lo senti in bocca il sapore di quel sangue, si mischia a quello del vomito che sale la mattina quando parcheggi la macchina nel cortile, a quello di aglio delle patate del bar dove vai in pausa pranzo e all’amaro del caffè che butti giù senza cognizione solo per provare a smuovere qualcosa.
Il fine settimana, se ti lasciano in pace, riacquisti sembianze normali, quasi amichevoli.
Il lunedì mattina poi, sali le scale, apri la porta a vetri, che trovi sempre già aperta perché tanto non ce la farai mai ad arrivare per prima, e senti un solletico alle caviglie.
Arriva sempre insieme ad un ronzio. E’ l’ansia che abita li. Si arrampica. E in un attimo, tu sei di nuovo brutta.

In quel posto ho lavorato un anno e mezzo, e solo ora sento di esserne fuori.
Fuori dal marcio, dalla puzza, dall’elettricità costante, fuori dalla gabbia di sguardi maliziosi e ignoranti, fuori dall’odio e dallo schifo.
In quel posto ho perso la stima di me, su quella scrivania della stanza pullman, così la chiamavamo per esorcizzare la tristezza, ho sputato veleno contro chi non se lo meritava, mi sono bevuta lacrime che non meritavano di essere versate, ho consolato colleghe che come me non capivano come mai dovessimo stare così.
In quel posto ho rischiato di perdere la mia bambina, troppo stress, troppa malvagità.

In quel posto incolore ho trovato delle amiche con le quali bastava un niente per ridere per ore, perché tutte, anche chi tutt’ora non lo vuole ammettere, avevamo bisogno di ridere forte per non lasciarci trascinare sul fondo. Più sentivamo il rumore di una risata, meno le sabbie mobili ci risucchiavano.
Era una sorta di trucco, di piccola magia.

In quel posto ho trovato la donna che, se mi piacesse la patatina invece del peperone, sarebbe l’altra metà della mela. Sedute alla scrivania ci davamo le spalle, ma in quel posto i rapporti diventano subito così profondi che io sentivo dal suo respiro, dal modo di battere il dito sul mouse, quando aveva bisogno che io mi mettessi a fianco a lei per chiederle “ehi, hai bisogno?”.

In quel posto ho trovato un generale che dal primo giorno ha cercato di mettermi in riga, perché lei è così ed è così che mi vuole bene.

In quel posto ho trovato una straniera che con quell’accento e con le doppie al posto sbagliato ti dice sempre le parole giuste al momento giusto. Con lei so che sarei in grado di uscire viva anche dalla peggiore delle situazioni, perché ha due palle così.

In quel posto ho trovato lui, che all’inizio mi stava sulle palle e poi l’ho amato e poi ancora adesso ogni tanto mi sta sulle palle. Un’altalena sui maroni insomma.

E’ buffo come in un posto così di merda io abbai trovato cose così belle. E’ il bello della vita, che ti sorprende sempre, come mi ha sorpreso ora che mi ritrovo a ridere di questo passato ancora così terribilmente vicino, così vivo.

Rido perché ora, dopo l’uscita del generale, so che finalmente ne siamo tutte fuori. Siamo libere.

Rido perché vorrei incontrare ancora una volta quei due, il secco dal colorito verdognolo e la manager in crisi di peso e di identità, e chiedere loro come stanno.

Come stai, dopo l’ennesima dieta? Come stai, ora che hai fatto piazza pulita?
Ti ricordi di me? Sono quella a cui hai messo i bastoni fra le ruote dopo aver scoperto che io lui ci siamo innamorati, sono quella a cui davanti a un cliente hai detto “ma come sei vestita?” (indossavo abitino nero, magliettina bianca e scarpa bassa maschile nera), sono quella che hai lasciato fuori dalla porta durante una riunione aziendale a cui hanno partecipato tutti, anche il tuo cane, solo perché ero in maternità e avevo in braccio una bambina di un mese.
Stai bene ora?

E tu, spilungone, come stai? 
Hai finalmente imparato ad abbassare l’asse del cesso dopo che hai pisciato?
Ti ricordi di me? Sono quella alla quale una sera, alle 21, hai dato appuntamento per la mattina dopo dicendo “i limiti sono fatti per essere superati”, sono quella alla quale non hai mai concesso una tregua, nemmeno quando era ovvio che il carico era troppo, sono quella alla quale non hai mai concesso l’uso del telefono aziendale nonostante il nostro lavoro, ufficio stampa, fosse per il 95% del tempo al telefono, sono quella alla quale dopo la maternità non hai trovato un posto “adatto” in ufficio.
Stai bene ora?

Sapete, io sto bene. Faccio un lavoro umile e onorevole, un lavoro di fatica in cui voi non resistereste nemmeno un giorno. Scrivo, la mia passione. Ho un blog, anzi due.
Ho una famiglia. Ho pochi soldi ma prima o poi mi rifarò.

Sapete una cosa, io ho la vita.

E vi saluto.

Ciao!